Discorso di presentazione del Dogo Argentino Stampa E-mail
Venerdì 08 Luglio 2011 00:00

DR. ANTONIO NORES MARTINEZ, BUENOS AIRES CLUB DE CAZADORES, 1946

Signori, nessuna specie del creato, ha sofferto tanto le conseguenze della legge dell’evoluzione come la specie canina. La sua fedeltà all’uomo, dalla preistoria fino ai giorni nostri, gli ha fatto acquistare una ammirevole facoltà di adattamento ai cambiamenti ambientali e geografici, determinati dalla necessità della lotta per la vita imposta al suo padrone, non per i grandi cambiamenti geologici ma piuttosto in virtù del capriccio umano.

Chi non ha avuto modo di osservare l’enorme differenza morfologica che esiste tra un cane corpulento di razza gran danese e il minuto pechinese? Tra il longilineo e aristocratico levriero irlandese ed il tarchiato bassotto? Tra il bel pelo di un setter o di un collie e la pelle nuda di un pila? Non c’è forse più differenza nella morfologia delle razze che abbiamo appena confrontato, rispetto a quella che esiste e si distingue tra un leone e una tigre, tra un lama e un guanaco, e tra un antropoide e un essere umano dell’età primitiva? Perchè tra esemplari di una stessa specie e solo in questa specie dell’estesa scala zoologica, si possono avere differenze tanto grandi da superare quelle che riguardano specie distinte? Signori, c’è solo una risposta a questi interrogativi.

E’ dovuto a quella magnifica facoltà di adattamento che ha avuto la specie canina, acquisita seguendo il padrone, nel corso di tutte le età della storia per tutti i sentieri del pianeta, e alle intemperie di tutti i climi della terra, per servire con la stessa abnegazione un padrone di tutte le razze, di tutti i caratteri e di tutte le culture. Perchè signori, la storia insegna che oltre la notte dei secoli, oltre le soglie della preistoria, dove è apparso il primo sentiero e la prima impronta del piede umano, lì stesso, allora come ora, insieme a questa impronta, stava quella del suo nobile e fedele amico. Il compagno di sempre… Nell’allegria e nel dolore, nella miseria e nell’abbondanza, nella speranza e nella disperazione, nella culla e nella tomba, nella vita e nella morte... c’era il cane, l’unico essere tanto nobile che è capace di leccare la ferita del padrone prima che la propria e rendere felice la sua vita, l’unico capace di baciare sia la sua mano quando lo accarezza... che la sua frusta quando lo castiga. Signori, io, in tutto questo, vedo qualcosa di più che una semplice realizzazione dell’istinto...; io vedo tratteggiato nella sua psicogenesi un sentimento superiore. Io vedo nel primo gesto, molta concretezza e  dedizione; nel secondo molta gratitudine e nel terzo... il gesto sublime del perdono.

Questa magnifica adattabilità delle specie canine ai cambiamenti ambientali o paratipi, sia dal punto di vista psichico che da quello della morfologia, seguendo i cammini biologici dell’evoluzione, è quello che ha permesso lo sviluppo dell’immenso numero di razze e varietà canine che conosciamo oggi, alcune fissate dalla selezione naturale, altre dall’uomo, al di là di finalità pratiche come bellezza e compagnia, capriccio o, come si potrebbe dire per alcune di quelle, un’ evidente aberrazione del buon gusto umano. Tutte queste razze hanno sempre avuto in comune un’unica finalità, essere al servizio del padrone e del signore più tiranno che conosce la creazione: l’uomo, esse servono con la stessa sottomissione tanto l’aristocratico pedigree come l’umile figlio di nessuno... aprofittando di questo facile adattamento della specie e di quella docilità alla selezione umana, mi proposi 20 anni fa, di dar vita ad una nuova razza di cani, che riunisse le condizioni necessarie per creare un cane adatto alla caccia maggiore nel nostro paese. Perchè nelle nostre foreste vergini e impenetrabili, le condizioni di caccia sono molto differenti da quelle che si trovano nelle riserve di caccia d’Europa, dove furono selezionate le razze che importiamo per questi usi.

Qui cacciamo in montagne aperte, di immense estensioni dove a volte c’è chi ripercorre i sentieri strisciando a terra dietro gruppi di cinghiali, sia autoctoni che importati, o anche puma e tapiri, che una volta che hanno sentito l’avvicinarsi della muta devono essere catturati nel momento stesso dell’incontro, altrimenti è inutile cercare di rincorrerli per catturarli su un terreno di migliaia di ettari. Tutti i tentativi sia dell’allevatore che dei cani saranno vani. E allora che qualità deve avere il cane per questa tipologia di caccia? In primo luogo deve essere un cane che sa muoversi in silenzio per le montagne e che sia indirizzato solo alla preda; perchè se tutte le razze di montagna si comportano come il fox-houndo, che comincia ad annusare quando incontra la preda, il cacciatore può essere sicuro che non riuscirà a prendere nulla, perchè il guaito della muta avvisa gli animali, che sentono a molte leghe di distanza.

In secondo luogo deve essere un cane con un buon olfatto, con le narici nella parte superiore come il pointer, non sulla faccia, perchè nella caccia del puma ad esempio, questo, per ingannare i cani, fugge seguendo una pista circolare e torna sulle proprie traccie; altre volte si arrampica su un albero, e salta da un albero all’altro o riesce a fuggire con un solo salto da un precipizio, lasciando i cani che lo seguono girare su se stessi confusi; al contrario, quando il cane segue l’animale annusando, non c’è possibilità che venga ingannato. E’ lo strategemma conosciuto del pecari, di separarsi dal gruppo, restando nascosto tra i cespugli mentre la muta rincorre la preda, per cui risulta inutile che il cane annusi. Per questa ragione è comune sentire la gente che vive nelle campagne dove ci sono i puma, che il migliore cane custode è il pointer o il suo meticcio, perchè trova subito la preda, la blocca e il cacciatore può dargli il suo colpo di grazia. In terzo luogo deve essere un cane agile, più nella lotta che nella velocità, perchè qualsiasi cane di struttura non troppo pesante raggiunge il cinghiale, il puma o il pecari.

E infine deve essere soprattutto coraggioso. Nello scontrarsi con il puma o con il maiale deve fare presa anche se viene ferito ed essere capace di tenerlo sotto controllo da solo, fino a che non arrivano gli altri cani o il cacciatore, e se questi non arrivano deve essere capace di ucciderlo da solo, perchè nelle nostre cacciate, viste le estensioni del nostro paese, non è possibile percorrere cento km con una muta di venti o cinquanta cani. Non è pratico nè comodo per noi. La qualità del coraggio la considero fondamentale, perchè qui dove le montagne non sono coltivate, non è possibile seguire la muta a cavallo, si può percorrere il terreno a malapena a piedi; non abbiamo nessun vantaggio nel fatto che i cani catturino gli animali lontano da noi, se non riescono a finirli; la cosa migliore è che una volta che l’ha trovato “lo stenda”, come diciamo noi provinciali, cioè che faccia immediamente presa. Per quanto riguarda la "taglia" del cane, dal momento che i sentieri dei nostri monti sono molto bassi, risultano essere più pratici i cani di taglia media, ma siccome nella selezione delle razze bisogna scegliere gli esemplari più forti, conviene per l’allevamento scegliere quelli di taglia e peso maggiore, perchè gli allevamenti di campagna per eccesso di lavoro e cattiva alimentazione tendono a ridursi di dimensione: questa è la ragione del detto creolo "la taglia passa dalla bocca".

La qualità del coraggio è indispensabile anche per il cane di guardia che è l’altra caratteristica peculiare del Dogo argentino. E’ diffusa la credenza che il cane di guardia è quello che abbaia o è capace di mordere uno sconosicuto. Con questo concetto i cani di tutte le razze sono buoni guardiani. Ma a mio parere il cane di guardia deve essere qualcosa in più: deve essere capace di uccidere facendo presa, per difendere il suo padrone e la sua casa. Non vale niente come guardiano il cane che attacca un intruso, se alla prima mazzata o alla prima ferita di pugnale abbandona la sua preda per le grida; un animale del genere non rappresenta nessuna sicurezza per il suo padrone nè merita, secondo il mio concetto, l’onorevole nome di cane da guardia. Qui ho tracciato le linee generali che mi sono proposto di ottenere per il dogo argentino, se ci sono riuscito o no, devono giudicarlo gli appasionati del virile sport della caccia e i cinofili, di cui io stesso faccio parte.

Nella stessa adattabilità canina ai caratteri ambientali a cui ho fatto riferimento, risiede la varietà dei caratteri delle distinte razze, per cui è indispensabile tenere presente nell’allevamento, insieme ai caratteri somatici di uno standard fisso, l’educazione orientata verso un obiettivo stabilito, cioè avere presente la formula chiave del miglioramento delle razze canine, enunciate da un altro consocio, e che si esprime con la seguente formula:

P X M + E, che significa: Padre X Madre + Educazione; che nel inguaggio genetico si traduce con: Eredità + Educazione e Ambiente, ovvero Genotipo + Paratipo

Questo monitoraggio, signori, è indispensabile in tutte le razze per delle ragione biologiche, perchè in biologia il dinamismo è vita; l’inerzia è morte. Le specie e le razze che non migliorano, peggiorano; quelle che non evolvono, devolvono. Ma devolvere è retrocedere, è ripercorrere il cammino nel corso delle generazioni, è sinonino di degenerare, perchè è perdere qualità acquisite per i fini proposti. E per finire chiedo scusa signori, se ho messo un poco di passione nelle mie parole, però ai fini della spiegazione voglio ricordarvi che al propulsore di un’idea si può tollerare tanto fervore per la stessa, perchè la passione è il motore, è la forza propulsiva delle idee, le idee che nascono senza passione nascono morte. Per questo la storia dell’umanità è la storia della passione umana, la biografia delle sue grandi figure e soprattutto l’apologia delle sue grandi passioni.

 
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